30/01/2012
Finalmente, il 22 e il 23 marzo scorsi il Senato Accademico (SA) e il Consiglio di Amministrazione (CdA), in base all’esito delle
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29/03/2011La “Commissione Statuto” si è costituita
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23/12/2011
di Redazione Roma3 Discute30/01/2012
I PRIN e le regole del gioco (a posteriori)
In questi giorni i Direttori dei Dipartimenti dell’Università Roma Tre stanno comunicando all’Ateneo quali progetti PRIN e Futuro in Ricerca è presumibile che saranno presentati dai docenti afferenti.
Come tutti sapete, quest’anno i progetti PRIN e Futuro in Ricerca saranno sottoposti ad una pre-selezione da parte dell’Ateneo sede del Coordinatore Nazionale. L’Ateneo Roma Tre dovrà quindi selezionare 11 progetti PRIN e 5 progetti Futuro in Ricerca il cui Coordinatore Nazionale sia un docente di Roma Tre. IL MIUR ha anche indicato come dovesse essere fatta la preselezione: sulla base del meccanismo della peer-review. Basta poi fare due conti per vedere che, se un progetto è stato pre-selezionato, sarà poi molto probabile che venga anche finanziato dal MIUR.
La maggioranza degli Atenei Italiani ha pertanto attribuito a ciascun Area CUN un numero massimo di progetti il cui Coordinatore Nazionale fosse di ruolo nell’Ateneo, in modo che la procedura di pre-selezione avvenisse all’interno di ciascun Ateneo fra progetti appartenenti ad una stessa Area CUN.
Infatti (per definizione) una competizione basata sulla peer-review si può fare solo tra progetti sufficientemente simili da poter essere valutati dagli stessi valutatori. Così come non si puo’ far valutare un progetto di Area CUN 7 (Scienze agrarie e veterinarie) dallo stesso valutatore di un progetto di Area CUN 6 (Scienze Mediche), così non si possono paragonare tra loro i risultati di due valutazioni fra progetti appartenenti ad Aree differenti.
Nella riunione della Giunta dei Direttori di Dipartimento del 19 Gennaio, coordinata dal Prorettore Morganti, io ho sollevato tale problema ma la stragrande maggioranza dei presenti non è stata d’accordo con me anche se, come giustamente rimarcato dal prof. De Nonno, il problema docimologico è difficilmente risolvibile tra Aree differenti e, storicamente, nei PRIN i progetti di alcune Aree hanno valutazione medie molto alte, quelli di altre Aree hanno invece valutazioni medie molto basse.
E quindi, cosa fa il nostro Ateneo ? Si riserva di “porre sollecitamente all'ordine del giorno del Senato Accademico la definizione delle procedure che saranno seguite dall’Ateneo per la scelta dei revisori e l'organizzazione della preselezione” ma , intanto “si è inoltre ritenuto opportuno procedere a una rapida ricognizione delle intenzioni dei docenti dell'Ateneo riguardo alla presentazione di progetti PRIN 2010-2011 e FUTURO IN RICERCA 2012, al fine di fornire a tutti gli interessati un quadro di riferimento di Ateneo per le decisioni da prendere” (mail del Prorettore Morganti ai Direttori di Dipartimento del 24 gennaio 2012).
Vi chiedo, quando mai e in quale procedura concorsuale si chiede di sapere quali siano i giocatori prima di stabilire le regole del gioco ? Perché si vuole sapere quali siano i progetti che saranno presentati prima di stabilire la procedura attraverso la quale alcuni di quei progetti saranno selezionati ed altri progetti respinti ?
Siccome a pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, tirate voi le conclusioni…
Giovanni Antonini
23/12/2011
“… come è duro calle lo scendere e 'l salir per l'altrui scale”
Con queste celebri parole del XVII canto del Paradiso della Divina Commedia, Cacciaguida prefigura a Dante le sofferenze del suo esilio. L’intimo tormento dell’essere costretti a scendere e salire le scale degli altri, in luoghi lontani dalla propria casa e dal suolo a sé caro.
Ma c’è un’altra, forse maggiore, sofferenza: quella di essere costretti a non poter utilizzare le scale… restando in casa propria. Prigionieri nella propria abitazione, perché spossessati della facoltà di goderne nella sua dimensione volumetrica, non potendo ascenderne o discenderne i diversi piani in quanto impediti nell’uso delle scale e degli ascensori. Ci si sente, d’improvviso, come in un quadro di Escher, all’interno di una costruzione impossibile che non consente di accedere dove si vorrebbe.
Condizione fantasiosa? Rappresentazione bizzarra? No, ahimé, pura realtà.
E’ quanto, infatti, accade ormai da parecchio tempo proprio nel nostro Ateneo, segnatamente nell’immobile di via Ostiense, 161, sede del Rettorato, oltreché della Direzione amministrativa e di alcuni uffici dell’Amministrazione, e della Facoltà di Giurisprudenza, ogniqualvolta si svolgano sedute del Senato accademico e del Consiglio di amministrazione. In quelle occasioni, si assiste alla improvvisa chiusura delle porte di accesso alle scale che portano al secondo piano e, in corrispondenza, all’improvvisa comparsa di improbabili cartelli con l’indicazione “fuori servizio per esigenze di manutenzione”, che solerti mani affiggono accanto a due dei tre ascensori disponibili, a testimonianza del blocco degli stessi. Il tutto dura poco più del tempo di svolgimento delle sedute, al termine delle quali le scale tornano accessibili e gli ascensori, subìta la manutenzione, vengono restituiti al pubblico “più belli e più superbi che pria”.
Cosa succeda in quelle ore di seduta dei supremi consessi è presto detto.
I più – ignari – provano ad accedere, ora ad una scala, ora ad un’altra, rimanendo inopinatamente respinti. Lo stesso avviene con gli ascensori: provane uno, niente; un altro, bloccato anch’esso. “Che non sia un virus?”, dice qualcuno col gusto dell’ironia. Qualcun altro, all’ennesimo tentativo infruttuoso, inizia a pensare: “Forse questa è una di quelle mattine in cui sarebbe stato meglio restare a casa!”.
Il disorientamento è notevole. Si assiste ad una sorta di transumanza da una parte all’altra di gruppi di persone che, incrociandosi, si avvertono reciprocamente di non provare “di là” perché è inutile. I più deboli si arrendono e rinunciano.
I pochi, già avvezzi a simili situazioni, e quelli più svelti a “leggere” la situazione si dirigono senza incertezza verso l’unico ascensore funzionante. E’ quasi ovvio che si formi dinanzi alla porta una fila di persone, prima indispettite, poi via via rassegnate al fato avverso; fila che, con l’andare del tempo, tende vieppiù ad assomigliare a quelle dell’ufficio postale in prossimità delle scadenze o delle casse dei magazzini Ikea sotto Natale.
Chiunque riesca a raggiungere il secondo piano della Facoltà, ove hanno sede – lo ricordo a chi non lo sa – buona parte degli studi dei docenti, la Presidenza, gli uffici dei Dipartimenti, ecc. sente dentro di sé quello strano sentimento che ha il reduce da innumerevoli battaglie e traversie. Felice di avercela fatta, ma stremato.
A questo punto, il lettore si chiederà la ragione di tutto questo.
La colpa non è, né del destino avverso, né di una bizzarra, quanto fortuita combinazione ostile. L’origine (e la causa) di una simile situazione rimonta, a quanto mi consta, ad un episodio di parecchi mesi fa: l’irruzione, nel corso di una seduta (credo) del Senato accademico, di un gruppo di studenti che ha inscenato una protesta e portato non poco scompiglio in quel consesso. Da allora, “colà dove si puote” – per tornare a Dante – s’è deciso di porre in essere la politica della “deterrenza alla ascesa”, secondo le modalità appena richiamate, onde assicurare agli organi apicali dell’Ateneo il sereno svolgimento della loro attività.
Quest’ultima esigenza non può certo essere banalizzata e merita quindi la giusta attenzione. Il problema è, semmai, individuare strumenti proporzionati per garantirla. Anche la famigerata legge nota come “lodo Alfano” aveva a cuore esplicitamente il valore del “sereno svolgimento delle funzioni” da parte delle Alte cariche dello Stato, ma poi la Corte costituzionale ci ha spiegato che quel valore non è un assoluto e non può essere perseguito a qualsiasi prezzo.
Tanto più – con tutto il rispetto dovuto – laddove di alte cariche, non dello stato, ma di una semplice università si tratti.
E che qui vi sia sproporzione mi pare abbastanza chiaro. Basterebbero allo scopo gli addetti alla sicurezza che ormai da tempo stazionano in prossimità dell’aula di seduta (a meno di pensare all’assalto di black-bloc o di masnade inferocite che, tuttavia, neppure le misure di deterrenza ascensionale sarebbero in grado di fermare, limitandosi a selezionarne l’accesso a gruppi di otto per volta, mercé l’unico ascensore funzionante).
Quel che invece è certo, è il disagio che si crea ad un’intera facoltà.
A parte l’immagine non bella e inutilmente drammatizzante di sedute blindate del Senato e del Consiglio (capisco, però, che ognuno dà di sé l’immagine che vuole), ci sono in proposito due considerazioni da fare.
Innanzitutto, c’è l’evidente problema della sicurezza, dato che, se è vero che restano aperte le scale di emergenza a lato degli ascensori improvvisamente colpiti dal virus della manutenzione, per un luogo così densamente popolato come una Facoltà universitaria il blocco delle scale principali è davvero pericoloso. La sicurezza dei pochi che siedono in Senato o in Consiglio di amministrazione vale di più – mi chiedo – della sicurezza dei tanti che si trovano in Facoltà? E si può garantire l’una a detrimento dell’altra?
C’è, poi, una seconda osservazione.
In un condominio, l’uso delle parti c.d. comuni è deciso, se non di comune accordo, quantomeno a seguito di una discussione fra le diverse parti interessate. Duole, invece, osservare che nel condominio di via Ostiense, 161 non sia così. Il “condomino” Rettorato/Amministrazione ha preso la decisione di bloccare scale e ascensori senza ascoltare, né preventivamente avvertire, l’altro “condomino”, la Facoltà, non riconoscendole evidentemente alcuna voce in capitolo. Duole ancora di più rilevare che, nonostante il Consiglio di Facoltà si sia pronunciato sul punto, esprimendo all’unanimità tutta la propria contrarietà, e che del fatto sia stato edotto il “terzo piano”, nulla sembra essere cambiato. Anzi, nel momento in cui scrivo – il pomeriggio di martedì 20 dicembre – la vicenda si ripresenta tale e quale, come un rito che ormai si ripete sempre eguale a se stesso: scale chiuse e ascensori bloccati anche questa sera.
Spero di riguadagnare presto l’uscita e tornare rapidamente a casa. Temo solo che, una volta arrivato, possa trovarmi davanti alla porta dell’ascensore a leggere un cartello che, per un’anglofilia degna di miglior causa, recita: “Out of order”. Finirei davvero per pensare che si tratti di un virus!
Paolo Carnevale
05/12/2011
ALCUNE DOMANDE SULLE LINEE DI BILANCIO 2012
Nel documento allegato (leggi) presentiamo un’analisi dettagliata delle linee di indirizzo per la definizione del bilancio di previsione 2012 proposte dal Rettore Fabiani, approvate senza modifiche sostanziali dal Senato Accademico e diffuse attraverso la Newsletter di Ateneo. In almeno quattro punti tali linee di indirizzo presentano aspetti problematici che avrebbero meritato una maggiore attenzione e discussione da parte dei membri del Senato Accademico:
1) il bilancio preventivo 2012 prevede per Roma Tre un taglio dell’FFO dell’ordine di circa 6,4 milioni di euro dovuto, oltre che ai tagli ministeriali, anche quest’anno alla bassa valutazione di Roma Tre negli indicatori MIUR. Tanto per cominciare, avrei preferito l’immediata e concomitante apertura di una discussione all’interno dell’intera Comunità Accademica su come migliorare complessivamente negli indicatori finora usati dal MIUR e su quali provvedimenti adottare in merito.
2) Sono previsti ulteriori tagli nel budget per i Dipartimenti, per il budget corrente di Facoltà e per il Sistema Bibliotecario d’Ateneo, mentre altre voci di spesa, maggiormente legate alla gestione dell’Ateneo, sono rimaste uguali o sono addirittura aumentate. Forse era il caso di rivedere tale rapporto.
3) L’Ateneo vuole prelevare una percentuale da tutti i fondi di ricerca a favore del bilancio centrale dell’Ateneo. Tale operazione, se realizzata, non potrà che disincentivare ulteriormente la ricerca di Roma Tre, con conseguente ulteriore calo della posizione di Roma Tre negli indicatori MIUR. Un tale provvedimento appare poi del tutto contraddittorio con quanto si va facendo, forse troppo timidamente, per incoraggiare la ricerca. Da una parte, si cofinanziano (peraltro, accogliendo una nostra richiesta) quei progetti Prin 2009 che prevedono l’attivazione di assegni di ricerca a compensazione della crescita del costo di tale voce di spesa e si investono risorse per un bando mirante all’internazionalizzazione della ricerca a Roma Tre; dall’altra, si effettuano prelievi sui fondi di ricerca: non è assurdo e paradossale? Semmai, sarebbe il caso di promuovere incentivazioni, anche finanziarie, per i docenti e ricercatori che sono in grado di acquisire risorse esterne.
4) L’Ateneo vuole avviare una politica di riequilibrio dei punti organici all’interno delle singole facoltà sulla base delle cessazioni effettivamente verificatesi e delle assunzioni già effettuate. Come? Con quali modalità e indirizzi? Rinviando ad un futuro “riequilibrio”, non c’è il rischio che con la scomparsa delle Facoltà, “scompaiano” anche i budget relativi?
Sono solo domande e dubbi che forse già qualcuno ha sollevato in sede di discussione in Senato Accademico. Quali risposte sono state fornite? Non è forse il caso di parlare chiaro all’intero Ateneo?
Pietro Grilli di Cortona
27/11/2011
Finanzia la ricerca a Roma Tre: compra l’olio Maruffi!
Come avviene da qualche anno in questo periodo, tutto il personale del nostro Ateneo ha ricevuto per e-mail un messaggio, privo di firma, intitolato “Olio Maruffi Roma Tre 2011”. In esso si dà notizia dell’avvenuta raccolta delle olive nella “Tenuta Maruffi Roma Tre” e quindi della “produzione dell’apprezzato olio biologico già conosciuto negli anni passati”. Nell’invitare alla prenotazione – attraverso un’apposita scheda allegata – di lattine da 5 litri o di bottiglie da 0,75 litri (queste ultime disponibili anche in confezioni regalo!), l’anonimo estensore del testo dice anche che sussiste una “modica rimanenza” della produzione 2010, acquistabile a costo ridotto.
Per consentire di apprezzare appieno le virtù di questo olio biologico, chi ha mandato il messaggio poteva forse fornire qualche ulteriore indicazione, anche per soddisfare eventuali curiosità dei destinatari: perché non dire, per esempio, come viene prodotto l’olio, a quanti quintali è arrivata la produzione 2011, con quali prodotti si concimano gli ulivi, in quale frantoio e con quali costi vengono spremute le olive, quale grado di acidità presenta il prodotto finale, chi ha certificato la denominazione “biologico”, ecc. ecc.
Un secondo messaggio (anonimo anche questo) ha poi fatto sapere che la commercializzazione “interna” del prodotto (attraverso la posta elettronica dell’Ateneo) ha avuto un ottimo esito, tanto che non c’è più spazio per ulteriori prenotazioni.
Non possiamo che rallegrarci di questo successo di vendite (tanto più notevole perché avvenuto in tempi “di vacche magre” e in controtendenza rispetto allo scorso anno) e anzi a tal proposito valutiamo con una certa preoccupazione il fatto che, stando al piano di sviluppo presentato al CdA del nostro Ateneo, la Fondazione Maruffi dal prossimo anno intende affidare a terzi la produzione dell’olio, per dedicarsi alle nuove importanti iniziative di supporto alla ricerca che le verranno affidate dal prossimo gennaio, quando saranno allocati presso la Fondazione, per due anni e “in via sperimentale”, gli uffici UPC e ILO (unanimemente considerati di primaria importanza per favorire e incentivare lo sviluppo della ricerca a Roma Tre).
Come molti in Ateneo ormai sanno, infatti, la “Tenuta Maruffi Roma Tre” di cui si parla nel messaggio sull’olio è in realtà una Fondazione di diritto privato, la “Fondazione Maruffi - Roma Tre”, istituita dal CdA nel 2008, per acquisire “in donazione” la tenuta Maruffi, a Marino. Il CdA (a maggioranza) ha deliberato, lo scorso 9 novembre, un accordo Roma Tre – Maruffi (un accordo, si noti, stipulato da un soggetto… con se stesso, visto che a sottoscriverlo è Fabiani nella duplice veste di rappresentante dell’Università, per quanto formalmente sostituito dal Prorettore Morganti, e di Presidente della Maruffi) in cui la Maruffi si prendendosi l’onere della gestione degli uffici UPC e ILO per la somma di 170.000 euro l’anno (invece dei 300.000 richiesti da “RomaRicerche”), che si aggiungono al fondo annuale di finanziamento assegnatole dall’Ateneo, di 200.000 euro (quota che peraltro nel 2010 era salita a 300.000 e nel 2011 è stata di 270.000 euro).
Dal prossimo anno, dunque, per la vendita dell’olio si potrebbe organizzare una campagna pubblicitaria più accurata e, soprattutto, più in linea con le nuove funzioni della Fondazione Maruffi – Roma Tre. Il titolo del nostro breve editoriale (“Finanzia la ricerca a Roma Tre: compra l’olio Maruffi!”) potrebbe rivelarsi uno slogan molto, molto efficace…
di Redazione di Roma3 discute
07/11/2011
Cinque mesi di Commissione Statuto a Roma Tre.
Un resoconto, un commento e…qualche non piccolo rimpianto.
Gli inizi e le questioni di metodo
Adesso che la bozza del nuovo Statuto di Roma Tre è stata trasmessa al Ministero per il parere previsto dalla Legge 240/2010, ritengo opportuno, nella mia veste di componente della Commissione che ha predisposto il nuovo Statuto, fare un bilancio dei lavori, con qualche commento sul percorso che ha portato a varare il testo definitivo.
I lavori della “Commissione Statuto” sono iniziati il 31 marzo 2011 e si sono conclusi il 20 ottobre, dopo l’esame delle correzioni suggerite dal Senato alla prima bozza votata il 19 luglio.
Anzitutto, va ricordato che gli organi di governo hanno conferito alle attuali Facoltà il maggior potere di scelta dei membri dei docenti che dovevano entrare a far parte della Commissione, anche se poi, con una votazione, Senato Accademico e Consiglio di Amministrazione hanno effettuato la scelta definitiva. Questo tipo di genesi della Commissione non è stato affatto privo di conseguenze e molte delle decisioni prese riflettono gli interessi e le preoccupazioni delle singole facoltà.
Fin dalla prima riunione sono emersi punti di vista diversi su come impostare i lavori: da una parte, c’è stata una tendenza delle autorità dell’Ateneo a depotenziare (o forse solo a non potenziare troppo) l’organo voluto dalla Legge 240 per stendere il nuovo Statuto; dall’altra, una buona parte dei membri della Commissione ha invece avvertito come la Legge vedesse nella Commissione, non a caso composta da membri al di fuori degli organi di governo dell’Ateneo (con la sola eccezione del Rettore e degli studenti), un vero e proprio organo decisionale con il compito di sottoporre un testo al Senato perché lo adottasse. A riprova di questo iniziale confronto sono emerse le seguenti questioni, apparentemente formali ma in realtà di sostanza.
La prima è stata una certa insistenza (in documenti ufficiali e in interventi di autorevoli membri del Senato) sulla denominazione di “Commissione istruttoria”, che collocava il ruolo della Commissione al livello delle tante commissioni istruttorie a cui ogni organo collegiale dà vita in occasione di decisioni particolarmente delicate: la Commissione istruttoria non decide, ma fa, appunto, un lavoro istruttorio di preparazione alla decisione che poi l’organo preposto dovrà assumere. Non era questa la volontà del legislatore (ripeto: le commissioni per lo Statuto sono volute dalla Legge 240/2010 e istituite con decreto rettorale, quindi nulla hanno a che vedere con le commissioni istruttorie). La verità veniva ristabilita ufficialmente dopo una lettera inviata il 16 aprile al Rettore da alcuni componenti della Commissione (tra i quali il sottoscritto), nella quale si lamentava peraltro anche un accesso inspiegabilmente riservato (e non aperto a tutti) dei verbali delle riunioni. Malgrado la rettifica della denominazione, l’inizio non era dei più promettenti.
La seconda questione, da me sollevata verbalmente già nella prima riunione, ha riguardato la presenza di un Ufficio di Presidenza composto da 8 persone, oltre al Rettore nella sua qualità di membro effettivo e di Presidente della Commissione: il Prorettore Morganti, il Direttore amministrativo, il prof. Guido Corso in qualità di esperto e 5 funzionari come “supporto tecnico-amministrativo”. Due gli aspetti sollevati. Il primo era il fatto singolare che una Commissione composta di quindici membri dovesse avvalersi di un Ufficio di Presidenza e di supporto presente alle riunioni così affollato. Il secondo metteva in rilievo come, con un tale Ufficio di Presidenza, di fatto partecipassero ai lavori anche membri di organi centrali dell’Ateneo la cui presenza non era prevista dalla Legge 240/2010. Sul punto, però, la risposta del Rettore è stata ferma nel motivare la necessità di tale struttura, che pertanto è rimasta, accettata alla fine dalla stessa Commissione pur con qualche dubbio di legittimità.
La terza questione, infine, ha riguardato la proposta da parte del Rettore di organizzare i lavori dividendo la Commissione in due sottogruppi che avrebbero lavorato parallelamente: uno sulle strutture (dipartimenti, strutture di raccordo, ecc.), l’altro sugli organi centrali (Senato, Consiglio di amministrazione, ecc.). L’obiezione fatta da molti componenti è stata che il lavoro non era divisibile perché era impensabile trattare delle une senza, al contempo, occuparsi delle altre. Fortunatamente la proposta non ha poi avuto seguito, anche perché una frammentazione della Commissione e la riduzione, così, delle riunioni plenarie ne avrebbe di fatto limitato le funzioni.
Gli snodi più controversi
Una volta superate le questioni di metodo, la Commissione è entrata nel vivo di quelle di merito. Le maggiori discussioni hanno riguardato il rapporto dipartimenti-strutture di raccordo, le modalità di elezione del Consiglio di Amministrazione, le aree, la mobilità dei docenti e le disposizioni transitorie e finali.
Il rapporto tra dipartimenti e strutture di raccordo appare subito il nucleo fondante di tutta la riforma, anche perché introduce forse le modifiche più sostanziali dell’attuale fisionomia dell’Ateneo. Questo – è bene ricordarlo – è attualmente composto da 32 dipartimenti, 8 facoltà e oltre 900 docenti. Dei 32 dipartimenti, ben 21 sono al di sotto di 35 membri (dei quali 6 inferiori a 15). Vi sono poi 17 corsi di laurea e 28 lauree magistrali. La Legge fissa un numero minimo di docenti a 35 e incentra sui dipartimenti tutte le funzioni, sia didattiche che scientifiche. Fin dall’inizio, il confronto è stato tra chi voleva applicare la legge alla lettera (dipartimenti forti e strutture di raccordo deboli) e chi avrebbe voluto ribaltare questo rapporto, cercando di costruire strutture di raccordo che, di fatto, rappresentassero la continuazione delle vecchie facoltà. Su questo punto, facendosi forte della Legge, la Commissione ha svolto un importante ruolo di convincimento anche nei confronti di molti membri del Senato, preoccupati su come traghettare nelle nuove strutture la gestione della didattica.
Altro tema “caldo” è stato quello delle modalità di elezione del CdA. Appare subito chiaro che tale organo potrebbe scaturire da tre diverse modalità di formazione. La prima è su designazione del Rettore, la seconda su elezione indiretta ad opera del Senato (ed è questa la proposta dell’Ufficio di Presidenza) e la terza per elezione diretta da parte del corpo elettorale. Ciascuna di queste modalità potrebbe contenere all’interno alcune varianti. Politicamente sconsigliabile la prima, per l’eccessivo potere attribuito alla carica monocratica, si è ritenuto la seconda del tutto in contraddizione con la legge. CdA e Senato hanno competenze diverse e la Legge li tiene decisamente separati: la previsione di un’elezione da parte del Senato diviene inaccettabile proprio perché attribuisce a quest’ultimo un potere superiore e crea evidenti interferenze con un organo diverso a cui sono attribuite, appunto, funzioni e competenze diverse. In sostanza, se la volontà del legislatore è stata quella di formare una governance composta da due “camere”, appariva del tutto sconsigliabile che una “camera” fosse espressione dell’altra. Inoltre, l’obiezione in base alla quale il CdA non poteva essere un organo elettivo non sembrava valida per sostenere l’ipotesi di un’elezione da parte del Senato, visto che sempre di elezione si tratta. La seconda è che se sono elettivi i rappresentanti degli studenti (e questo lo stabilisce esplicitamente la legge) e sono elettivi – secondo la bozza proposta dall’Ufficio di presidenza – i rappresentanti del personale Tab., perché, allora, non rendere elettivi anche i docenti? La discussione sul tema ha avuto momenti particolarmente vivaci, specialmente quando sono stato messo sotto accusa per aver firmato una petizione di docenti di Roma Tre che chiedevano, in nome della democrazia, l’elezione diretta del CdA. Alla fine, si è optato per l’elezione diretta della componente dei docenti, sia pure con le perplessità di qualcuno che ha espresso timori di una bocciatura sul punto da parte del Ministero.
La questione delle aree è stato il terzo tema che ha portato via molto tempo alla Commissione. L’attuale divisione in quattro aree ha avuto forse il vantaggio di consentire l’articolazione di una migliore rappresentatività delle fasce nell’elezione del Senato, ma riproduce sofferenze manifestate spesso negli ultimi anni soprattutto da parte di certe facoltà; la soluzione a 8, fortemente appoggiata dai presidi. permette di salvaguardare continuità, identità e rappresentatività delle attuali facoltà, ma ha lo svantaggio (dati i numeri più piccoli) di rendere più difficile la rappresentatività per fasce. D’altra parte, sappiamo bene come nei sistemi elettorali la riduzione delle dimensioni dei collegi produca una minore rappresentatività delle minoranze e una maggiore selettività. Alla fine, ha prevalso una maggioranza a favore di 8 aree coincidenti con le attuali facoltà: dava più sicurezza. Il punto è stato poi parzialmente modificato dal Gruppo di lavoro del Senato, che lasciava ai regolamenti successivi la possibilità di introdurre collegi elettorali diversi dalle 8 aree. Tuttavia, nelle ultime riunioni della Commissione anche questa strada, che avrebbe consentito un minimo di flessibilità in più ad un sistema che rischia di essere troppo rigido, è stata chiusa con un voto a maggioranza.
La mobilità dei docenti si è imposta come un problema particolarmente delicato e dai numerosi risvolti. La Commissione si è convinta che occorreva conciliare e tutelare almeno due ordini di interessi: quello del singolo docente di afferire al Dipartimento che gli è scientificamente più congeniale e quello della Facoltà nella quale tale docente presta servizi didattici, che deve poter conservare la continuità didattica della materia insegnata e, nei limiti del possibile, la disponibilità del posto in organico. I pericoli che si delineano sono due: da un lato, quello di una sorta di anarchia e di mobilità incontrollata e priva di vincoli, assai rischiosa per quelle facoltà che presentano una fisionomia particolarmente multidisciplinare; dall’altro lato, c’è l’opposto rischio del congelamento dell’attuale situazione che, con profili marcatamente illiberali, chiude le porte ad ogni forma di mobilità e che addirittura costringe chi attualmente afferisce a dipartimenti esterni alla propria Facoltà di “rientrare nei ranghi”. Sulla questione, la Commissione ha constatato al suo interno un palese disaccordo e non è stata capace di andare al di là di alcune affermazioni generiche di principio nelle disposizioni transitorie (art. 50). La palla è stata così rinviata all’attuale Senato che sarà chiamato ad esprimersi quando verranno scritti i regolamenti. Questo è stato un grave errore: si sarebbero dovute scrivere alcune regole semplici e chiare (per esempio, prevedendo il parere favorevole sia della struttura a quo, sia di quella ad quem), in grado (laddove vi fossero ragioni solide e convincenti) di consentire la mobilità dei docenti. Ciò avrebbe anche conferito maggiore chiarezza e trasparenza alla discussione in corso nelle strutture circa il loro futuro.
L’ultima grave questione è stata quella delle disposizioni transitorie. Una prima versione varata in Commissione prevedeva una scadenzario temporale molto preciso: dipartimenti dopo 90 giorni dall’entrata in vigore dello Statuto, poi elezioni del Rettore, elezioni del Senato, formazione del CdA. Era stato previsto anche un comma (6, art. 50) per conferire un minimo di perentorietà a queste scadenze. L’obiettivo era di concludere la transizione in un anno dall’entrata in vigore dello Statuto. Il gruppo di lavoro del Senato ha invece cancellato ogni vincolo temporale. In sostanza, se in una prima versione erano state forse introdotte troppe scadenze, nell’articolato riscritto dall’Ufficio di Presidenza queste sono state tutte sistematicamente eliminate. Dopo molte discussioni, la Commissione, ha proposto di ripristinare un vincolo temporale almeno nella ricostruzione dei dipartimenti, con l’argomento che è nell’interesse dell’Ateneo avere una transizione seria ma rapida, in modo da arrivare a regime quanto prima. Purtroppo tale vincolo è stato il frutto di un compromesso ed è salito addirittura a 180 giorni.
Un commento finale
I lavori hanno proceduto in modo costruttivo e responsabile, anche se con qualche momento di notevole tensione. Ha prevalso, insomma, una comune volontà di non esasperare le tensioni legate alle differenze di opinione e di impostazione. Malgrado i dubbi iniziali di legittimità espressi sulla stessa composizione della Commissione, si è preferito andare avanti nei lavori in modo da non mettere l’Ateneo in difficoltà e non farlo arrivare a ridosso delle scadenze senza un testo di Statuto pronto. Grazie anche alle richieste pressanti di alcuni di noi fin dalle prime battute, il progetto di Statuto è stato sottoposto ad un minimo di vaglio e di discussione da parte dell’Ateneo.
La stesura conclusiva è frutto di un compromesso e i compromessi, si sa, pur necessari per arrivare a qualche decisione finale, non solo contengono spesso luci e ombre, ma a volte rischiano di essere il frutto di trattative un po’ anacronistiche, come quelle che hanno portato a fissare al 50% (art. 27) la quantità dei crediti formativi universitari previsti quali attività formative di base e caratterizzanti degli ordinamenti didattici dei corsi di studio che ogni nuovo Dipartimento dovrebbe mediamente coprire, secondo il progetto presentato, e a 180 giorni il limite temporale entro il quale devono essere formati i nuovi dipartimenti. In sostanza, la logica del compromesso finisce per ridurre a questioni di numeri scelte irriducibili ad una semplice dimensione quantitativa.
Malgrado che il nuovo Statuto presenti molti e importanti elementi di novità, anche in relazione alla tutela dei diritti attivi e passivi negli organi elettivi centrali e periferici, al bilancio sociale, alla valorizzazione delle pari opportunità, la mia impressione è che si è avuto poco coraggio. L’attuazione delle riforma Gelmini ha sottoposto e continuerà a sottoporre l’Ateneo ad un notevole stress interno, con dispersioni di energie e risorse. Forse, poteva essere questa l’occasione per innovare qualcosa, per attuare cambiamenti di cui si discute da anni. La sensazione che si ricava dalla conclusione dei lavori è che abbia prevalso una volontà di congelamento dell’esistente, che si siano privilegiate la stabilità, la continuità e forse anche la staticità dell’Ateneo. Forse si è dato troppo spazio a paure non sempre giustificate: paura della frammentazione delle strutture, paura della mobilità dei docenti, paura di destabilizzare l’offerta formativa, perfino paura di non riuscire a gestire gli aspetti logistici e organizzativi dell’offerta formativa. Si è preferito fare otto aree pensando alle vecchie Facoltà; si è addirittura introdotto un comma che “costituzionalizza” il nome Facoltà e decide quando e in che occasioni tale denominazione può essere utilizzata; si è anche tentato (per fortuna, senza riuscirci) di limitare ad 8 (numero magico!) le scuole e i dipartimenti non raggruppati in scuole e anche di limitare il numero dei dipartimenti (ma su questo punto nessuno si è azzardato a fare proposte perché qualsiasi numero avrebbe poi dovuto essere spiegato). Sulla mobilità dei docenti, poi, si è preferito rinviare ogni decisione ai futuri regolamenti, ma la soluzione che si profila anche qui è di stampo nettamente conservatore: se il Senato dovesse approvare regolamenti di questo tipo senza emendamenti, i docenti potrebbero venir attribuiti ai dipartimenti in cui svolgono la loro attività didattica, e ciò significherebbe che le “frontiere” sarebbero chiuse alle attuali Facoltà, se non addirittura agli attuali collegi didattici.
Insomma, la preoccupazione maggiore è stata soprattutto una: conservare, conservare, conservare, senza porsi il problema se ci fosse qualcosa da cambiare, trasformare, modificare, migliorare. Di questo non si è mai discusso. Due punti meritano poi un commento finale non incoraggiante. Il primo riguarda le disposizioni transitorie. Per disinnescare ogni vincolo temporale stabilito dalla Commissione al fine di governare con saggezza i tempi della ricostruzione delle strutture, si sono dette molte cose inesatte: che la Commissione non era competente su tali questioni (la critica sottintendeva un disappunto da parte di alcuni verso una Commissione che si allargava troppo e che sottraeva funzioni a organi – non si sa perché – “più democratici”); che, a ben guardare, neppure le disposizioni transitorie sono una competenza dello Statuto; che la ricostruzione dei dipartimenti richiede tempi lunghi che non possono essere compressi in un arco temporale così ristretto (180 giorni!). Si è così introdotto un termine lunghissimo, eccessivo, che va a sommarsi ai tempi di attesa della risposta del Ministero al testo di Statuto che gli è stato sottoposto (4 mesi): di fatto 10 mesi (ma diventeranno di più, vista l’eliminazione del comma 6 dell’art. 50, che introduceva un minimo di perentorietà) per rifare i dipartimenti (problema, peraltro, già in discussione da mesi). Un’esagerazione!
In realtà, anche se durante i lavori in Commissione non lo si è mai detto esplicitamente (adesso, però, lo si ammette), l’intento era uno solo: rimandare l’entrata a regime dell’Ateneo alla fine del 2014. E’ stato del tutto inutile ricordare che passaggi storici molto più importanti sono durati meno: la Costituzione italiana è stata fatta in un anno e mezzo e le transizioni di regime possono durare anche pochissimi mesi e questo non le rende certo meno efficaci. E che un rinvio così lungo (due anni!) è molto rischioso per Roma Tre, che non solo non può permettersi il lusso di arrivare tra gli ultimi nella realizzazione della riforma, ma che soprattutto ha bisogno prima possibile sia di strutture nuove e in piena efficienza, sia di una nuova classe dirigente. Tempi troppo lunghi ci danneggeranno e non porteranno nessun vantaggio. Peccato, si è persa un’occasione preziosa. Resta la domanda: perché due anni? Con quali obiettivi? Aspettiamo che qualcuno ce lo spieghi. Ma confidiamo anche molto nel fatto che la comunità accademica nel suo complesso saprà premere sugli organi di governo (e in particolare sul Senato) perché i tempi del passaggio al nuovo assetto dell’Ateneo non siano così lunghi.
L’ultimo commento è in realtà una constatazione amara e riguarda quella che è stata e continuerà ad essere la vera “cenerentola” del sistema universitario italiano: la ricerca. In Commissione non se ne è quasi mai parlato: la ricerca è stata la vera grande assente. Ogni volta hanno sempre predominato le preoccupazioni sulla didattica: si è voluto legare la rinascita dei dipartimenti non solo ad un progetto didattico, il che è logico, ma addirittura ad una quota percentuale (50%) dei crediti formativi previsti quali attività formative di base e caratterizzanti dagli ordinamenti didattici che in base al progetto presentato dovrebbero essere di pertinenza del dipartimento stesso. In sostanza: un dipartimento può anche avere un bellissimo progetto di ricerca, ma se non copre un certo numero di crediti non può costituirsi. Nella stessa afferenza dei docenti ai dipartimenti, il peso maggiore sarà quasi sicuramente (vedremo meglio nei regolamenti) quello dell’attività didattica, senza alcuna considerazione per gli orientamenti riguardanti la ricerca. Ancora una volta, dunque, la didattica prevale sulla ricerca: un vizio antico, duro a morire. Anche per questo, la Legge 240/2010 rischia di passare alla storia del nostro sistema universitario come un classico esempio di realizzazione di “effetti non intenzionali di azioni intenzionali”: diceva di voler rilanciare la ricerca e invece la ricerca rischia, con la complicità degli atenei, di essere definitivamente affossata. Non sarebbe davvero un bel risultato!
di Pietro Grilli di Cortona
19/10/2011
Due punti fondamentali del nuovo Statuto
Roma Tre sta completando in questi giorni il processo di modifica del suo Statuto in ottemperanza alla legge 240/2010, e il testo risultante da tali modifiche dovrà essere adottato dal Senato Accademico entro la scadenza del 29 ottobre 2011 e quindi trasmesso al MIUR per il controllo previsto dalla legge prima della sua emanazione e della sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.
È noto a tutti che un’innovazione importante della legge 240/2010 è costituita dall’attribuzione ai “Dipartimenti” di tutte le funzioni relative alle attività principali dell’Università, esplicitamente indicate nella stessa legge (“svolgimento della ricerca scientifica”, “attività didattiche e formative”, “attività rivolte all’esterno ad esse correlate ed accessorie”), attività che finora erano ripartite tra le Facoltà (attività didattiche e formative, e attività rivolte all’esterno ad esse correlate ed accessorie) e i Dipartimenti (ricerca scientifica, e attività rivolte all’esterno ad essa correlate ed accessorie).
Si tratta – come è detto nella stessa legge – di una “semplificazione dell’articolazione interna” delle Università.
In questo editoriale desideriamo argomentare a favore di due importanti scelte politiche che – a nostro parere – devono essere compiute nella revisione dello Statuto e che invece sembrano in serio pericolo.
1. Fissare al 1° ottobre 2012, non oltre, la data di passaggio alla nuova articolazione interna dell’Ateneo.
Mentre in altre Università il nuovo Statuto contiene già la definizione della nuova articolazione in Dipartimenti, il nuovo Statuto di Roma Tre sembra voler rimandare a una fase successiva alla sua emanazione la definizione dell’articolazione in Dipartimenti.
Questa scelta è forse dovuta al fatto che nessuna proposta – ragionata e organica – di nuova articolazione dipartimentale è stata presentata e discussa – almeno pubblicamente – né nella fase precedente la costituzione dell’Organo incaricato di redigere lo Statuto, né durante la fase in cui tale Organo ha lavorato, né in questi giorni in cui si sta concludendo il periodo concesso dalla legge per scrivere e adottare il nuovo Statuto.
Si è commesso un errore. Proposte di articolazione dell’Ateneo in Dipartimenti ai sensi della legge 240/2010 – proposte ragionate, organiche, sottoposte pubblicamente all’attenzione, alla discussione e alla critica dell’intera comunità accademica – dovevano essere avanzate, prima di tutto dall’Amministrazione Centrale. Queste proposte non ci sono state, o almeno non sono state rese pubbliche.
È ormai passato quasi un anno dall’approvazione della legge 240/2010. Ed è stato un anno in cui l’incertezza su come sarà riorganizzato l’Ateneo ha pesato – e non poco, e negativamente – sull’organizzazione, la promozione e lo sviluppo delle attività scientifiche, delle attività didattiche e formative, nonché delle altre attività rivolte all’esterno e correlate alla ricerca o alla didattica.
Questa incertezza deve finire presto. Un Ateneo che è dotato di grandi potenzialità ma che mostra seri problemi di organizzazione della sua attività di ricerca e di formazione – come è stato evidenziato dai dati forniti da fonti ministeriali e che sono stati usati per formulare le classifiche degli Atenei nell’estate scorsa – non può permettersi il lusso di non sapere quale sarà la sua articolazione interna del prossimo anno accademico 2012-2013.
Pertanto, questa nuova articolazione interna deve essere definita il più presto possibile, e il 1° ottobre 2012 deve essere la data nella quale le nuove strutture subentreranno a quelle attuali.
Solo così, fissando subito la data di passaggio dall’attuale organizzazione delle strutture di ricerca e formazione (Dipartimenti e Facoltà) a quella prevista dalla legge (Dipartimenti ed eventuali Scuole), sarà accelerato il processo di definizione della nuova articolazione interna di Roma Tre e sarà possibile avviare bene la programmazione dell’anno accademico 2012-13 per quanto riguarda l’attività didattica nei corsi di laurea, di laurea magistrale e di dottorato di ricerca, programmazione che richiederà scelte difficili, coraggiose e innovative per rispondere sia alle nuove normative sia alle domande che vengono dalla società e dalla comunità scientifica internazionale.
2. I Dipartimenti devono avere piena autonomia amministrativa e non possono essere subordinati, di diritto o di fatto, alle Scuole.
La nuova articolazione interna dell’Università Roma Tre non può che basarsi sui Dipartimenti, il cui ruolo centrale nella vita universitaria è garantito dalla legge 240/2010.
I Dipartimenti, la principale struttura della nuova Università, devono avere piena autonomia amministrativa e un budget consolidato per il personale docente.
Sarebbe pericoloso ridurre il ruolo centrale dei Dipartimenti previsto dalla legge, pensando di attribuire forti compiti alle Scuole, che devono svolgere una semplice, anche se importante, funzione di coordinamento della didattica.
Pertanto, è necessario che il nuovo Statuto di Roma Tre non limiti in alcun modo le potenzialità che la legge assegna ai Dipartimenti subordinandoli alle scuole.
Basta riflettere sui seguenti punti.
a) Le Scuole per legge non possono avere autonomia amministrativa. Pertanto, non ha senso che un Dipartimento con piena autonomia amministrativa sia sottoposto a una Scuola che non possiede né può possedere tale autonomia.
b) Rispetto alle attuali Facoltà, le Scuole non hanno né possono avere (per legge) un Consiglio al quale prendano parte tutti i docenti che insegnano e operano in esse. Una Scuola si configura dunque come una Facoltà senza Consiglio di Facoltà. È un’esperienza da seguire tranquillamente, per conservare l’unitarietà che prima era assicurata dalla Facoltà? Crediamo di no, perché nessuno è in grado di escludere le conseguenze negative che potrebbero derivare dall’assenza di un Consiglio di Facoltà, che rappresenta sempre e comunque un organo democratico, che può costituire (e spesso ha costituito) un antidoto contro certe tendenze oligarchiche innegabilmente presenti nel mondo accademico.
c) Se i Dipartimenti, una volta raggruppati (volenti o nolenti) in una Scuola, cedono di fatto (o di diritto) alla Scuola le loro funzioni didattiche – sia pure per concentrarsi sull’attività di ricerca – si perde un’importante occasione storica, quella di superare – come è stato fatto utilmente in molti Paesi – la distinzione rigida tra sfera della ricerca e sfera della didattica, distinzione che non ha funzionato bene né in generale né tanto meno nel nostro Ateneo.
d) La legge 240/2010 affida alle Scuole funzioni marginali, non paragonabili a quelle svolte oggi dalle Facoltà (si legga bene la lettera c) del comma 2 dell’articolo 2), pensando prevalentemente alle Facoltà di Medicina (dove più Dipartimenti hanno lo stesso corso di studio,e dove alle attività di ricerca e di insegnamento si affiancano le attività assistenziali). È da temere che l’estensione dei poteri della Scuola (per recuperare quel che fanno oggi le Facoltà) possa portare a contenziosi pericolosi e a ricorsi di legittimità, ogni qualvolta un docente o uno studente dovesse sentirsi non soddisfatto da una decisione assunta nei suoi confronti dalla Scuola.
La redazione di Roma3discute
17/10/2011
FIRMA LA PETIZIONE !
Inoltriamo un invito, da parte di un gruppo di ricercatori dell’Ateneo, per firmare e diffondere una petizione che è stata appena messa online.
Si tratta di sostenere la versione dello statuto uscita dall'Organo per la revisione dello Statuto rispetto al rapporto dipartimenti/scuole che invece nel documento del Senato (e nella successiva rielaborazione da parte dell'Ufficio di Presidenza) viene ribaltata a favore delle scuole. Inoltre nella petizione si chiede di fare presto e non allungare a dismisura la transizione, infine chiediamo di non chiudere rigidamente i confini delle ex facolta' per quanto riguarda le afferenze alle nuove strutture dipartimentali.
Pensiamo che sia cruciale in questo momento far sentire la propria voce, visto che le indicazioni delle Facolta' sono state sostanzialmente disattese nel documento di sintesi. Speriamo che si possa raccogliere presto una massa critica di consensi su questo testo, nella sostanza molto moderato, per evitare inutili polemiche.
12/09/2011
Il Rettore ha risposto,
peccato non abbia detto nulla…
Nel corso dei lavori degli organi centrali d’Ateneo del luglio scorso, il Rettore ha dato risposta alla questione relativa al bando di un posto di prima fascia nel settore IUS-05 presso la Facoltà di Economia, che avevamo posto con il nostro editoriale dal titolo “A budget fermi… c’è qualcosa di bandito” (editoriale che si può leggere qui sotto).
Infatti, nella newsletter del Luglio 2011, in cui si riportano le notizie di maggior rilievo per la comunità accademica delle sedute del Consiglio di Amministrazione del 19 luglio 2011 e del Senato Accademico del 21 luglio 2011 si riporta tra l’altro (a proposito della seduta del SA), quanto segue:
"Il Rettore ha inoltre fornito alcune precisazioni con riferimento all’editoriale della redazione del sito “Roma Tre discute” inviato via email lo scorso 20 luglio.
Le competenze e le prerogative degli organi collegiali di governo relativamente alla programmazione e all’approvazione dei piani pluriennali e annuali di sviluppo dell’Ateneo, tra cui rientra lo sviluppo dell’organico, sono sempre state rispettate, prova ne sono le delibere sulla programmazione dell’utilizzo dei punti organico a disposizione delle Facoltà, rese pubbliche con i vari sistemi di comunicazione istituzionale, come ad esempio la pubblicazione on-line dei verbali delle sedute.
Al S.A. e al C.d.A. compete, infatti, l’attribuzione alle Facoltà dei posti assegnati sulle risorse disponibili nel bilancio di Ateneo, ma ovviamente questo iter procedurale non può essere attivato per assegnazioni “extra ordinem” e vincolate, in quanto riferite ad interventi diretti che rientrano nelle competenze e attribuzioni proprie del Ministro.
A seguito di un’ulteriore verifica effettuata nei giorni scorsi dagli organi competenti, è emerso che il comportamento e la procedura seguita dalle Facoltà per i casi segnalati sono, dal punto di vista procedurale, ineccepibili."
Ringraziamo, innanzitutto, per l’attenzione che il Rettore ha voluto prestare al nostro sito, nominato esplicitamente, per il carattere pubblico della sua risposta e per lo strumento di massima diffusione prescelto. È un segno di considerazione che non possiamo non apprezzare.
Come in ogni interlocuzione, colui che pone la domanda può dichiararsi soddisfatto o meno della risposta ottenuta. Noi purtroppo non possiamo farlo, ci dichiariamo piuttosto “curiosi”, bisognosi come siamo di meglio capire le ragioni fondative delle affermazioni contenute nella risposta.
A noi risulta, ad esempio, che il Ministro, nel suo potere di assegnazione extra ordinem, attribuisca risorse aggiuntive non nominate per la copertura di esigenze straordinarie, piuttosto che “posti” con specifico vincolo di destinazione. Starebbe, poi, al Senato Accademico e al Consiglio d’Amministrazione compiere le scelte di competenza per tradurre quelle risorse in posti da bandire, per andare incontro alle situazioni di sofferenza dell’Ateneo.
Tuttavia, anche a prescindere da questo, è sin troppo evidente che il Ministro opera sulla base di una sollecitazione dell’Ateneo che, dovendo rappresentare l’esigenza cui fare fronte, avrebbe comunque bisogno della valutazione degli organi di governo e non certamente di un’iniziativa “solitaria”, né del Preside della Facoltà beneficianda e neppure del Rettore.
Peraltro, la stessa distinzione fra assegnazione di posti sulla base delle risorse disponibili sul bilancio di Ateneo e assegnazione extra ordinem, prefigurata nella risposta del Rettore al fine di escludere nella seconda ipotesi l’intervento nella procedura del SA e del CdA, non pare dotata di sicuro fondamento. A quanto ci consta, infatti, nel nostro Statuto non v’è traccia alcuna di una deroga al generale potere di previa approvazione dei bandi per la copertura di posti da parte degli organi in questione, in base alla provenienza delle risorse.
Del tutto apodittica, infine, è l’affermazione circa l’assoluta correttezza tenuta dalla Facoltà di Economia nella vicenda. Essa non offre alcuna risposta ai puntuali rilievi da noi sollevati sulla base – si badi bene – della lettura delle carte a disposizione. Per quanta fiducia si possa avere, una correttezza affermata solo sulla parola non ci pare sufficiente.
Ben lieti di ottenere i chiarimenti necessari a sciogliere positivamente i nostri dubbi, restiamo fiduciosi in attesa di un riscontro da parte di chi vorrà fornirceli.
La redazione di roma3discute
roma3discute@gmail.com
